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Il lento avanzare del barchino era scandito dal tuffo, flemmatico e stanco, del remo che spezzava la tensione della superficie dell’acqua nella silenziosa laguna veneziana.
Un uomo, avvolto da una lunga tunica nera cerata a proteggere il corpo e con una maschera a forma di becco d’uccello appoggiata sul volto, fissava le luci tremolanti delle fiaccole sull’isola, che indicavano la via al tramonto.
Con il capo nascosto da un cappello nefasto e gli occhi attenti come quelli di un falco, accompagnava due uomini magri e provati, protetti solo da un mantello sporco, guanti sudici e uno straccio annerito a difendere il volto dai miasmi della putrefazione e dai pericoli della malattia.
Il barchino attraccò al molo nascosto sull’isola del Lazzaretto Nuovo, dimora dell’ultimo riposo di anime sfortunate, alle quali la vita non aveva concesso nemmeno il sollievo di una degna sepoltura.
Il corteo si addentrò fra i bassi edifici, stretti e lunghi, del monastero. Il carretto, trainato dai due becchini, trasportava le spoglie, ormai irriconoscibili, di quelli che un tempo erano stati esseri umani.
Lamenti e grida di aiuto si levarono dagli stanzoni freddi e puzzolenti, dove uomini e donne aspettavano di conoscere il verdetto che un dio, solo a tratti misericordioso, avrebbe scagliato su di loro. I tre uomini, con il loro carico marcio, proseguirono verso la fossa comune, stracolma di corpi impuri.
Con alacre e metodico lavoro, i becchini fecero posto fra i corpi già presenti, quando entrambi si bloccarono sul posto. Fissarono per qualche attimo ciò che rimaneva di vestiti laceri, pelle violacea e odore di morte. Poi i loro occhi sgranati si scontrarono in un’occhiata d’intesa, attraversata da un luccichio di puro orrore.
Lì, fra i cadaveri abbandonati, giaceva il corpo di una donna anziana: i denti esposti in un ghigno famelico, le orbite vuote che imploravano nutrimento, le dita rigide, con lunghe unghie nere, che sembravano voler afferrare l’aria. Dalla bocca esposta colava un liquido nero, simile al sangue, e le vesti smangiucchiate erano un chiaro segno. Un monito inequivocabile: sotto i loro occhi si era manifestato un “masticatore di sudari”.
La reazione fu immediata. Il terreno scricchiolò sotto i loro piedi; un gemito sommesso si levò nella fredda luce del crepuscolo, mentre le pale cadevano a terra con un tonfo sordo.
L’uomo in cerata nera, rimasto in disparte, avanzò leggero sulla ghiaia del vialetto. Allungò il collo per esaminare, con sguardo solenne e distaccato, cosa potesse aver spaventato quei due fino a farli cadere con il sedere a terra.
La consapevolezza prese forma sotto i suoi occhi e un lento calore acido si diffuse dallo stomaco fino alla gola. Stava guardando una creatura dannata, pronta a suggere la forza vitale dai suoi simili ancora in vita per diffondere e amplificare l’aurea di morte che aleggiava su tutta la laguna.
L’uomo serrò le mani a pugno e lasciò fluire un lungo sospiro erratico. Alzò lo sguardo di scatto e osservò i bassi muretti, ormai crollati sotto il peso del tempo e dell’incuria. In pochi passi ne raggiunse uno e soppesò i mattoni caduti a terra. Quando trovò quello che faceva al caso suo, tornò alla tomba condivisa. Sistemò la maschera sul viso e si abbassò sul cadavere con malcelato timore. Aprì la mascella della sfortunata, che cedette con un orrido rumore di legno calpestato, dalla quale fluì un sentore dolce e mefitico che gli sarebbe rimasto addosso per giorni. Senza pietà e senza indugio conficcò il mattone nella bocca della vecchia; poi, immerso nel silenzio figlio del panico, indietreggiò di qualche passo. Alzò una mano e fece un cenno. I due, ancora più distanti di quanto non fossero pochi minuti prima, scattarono in avanti e continuarono il loro importante e pericoloso lavoro.
Il ritrovamento
Nel 2006, sull’isola del Lazzaretto Nuovo, la terra restituì un frammento oscuro della memoria veneziana. Durante gli scavi in una fossa comune del XVI secolo, tra i resti delle vittime della peste, gli archeologi si imbatterono nello scheletro di una donna. A renderlo diverso dagli altri era un dettaglio inquietante: un mattone le era stato collocato nella bocca.
Un gesto contro la paura
Quel mattone non fu interpretato come un caso, ma come il segno di un rito. Chi lo aveva inserito nella bocca della defunta voleva forse impedirle di nuocere ai vivi. Nelle credenze dell’epoca, alcuni cadaveri potevano trasformarsi in creature capaci di masticare il sudario e sottrarre forza vitale agli appestati ancora in agonia. Erano i cosiddetti “mangiatori di sudari”, figure sospese tra superstizione, malattia e terrore collettivo.
A generare quella paura erano fenomeni che oggi la scienza spiega con naturalezza. Quando le fosse comuni venivano riaperte per accogliere nuovi morti, i becchini trovavano corpi gonfi, mandibole scoperte, tessuti lacerati e fluidi scuri attorno alla bocca. Agli occhi di uomini già provati dalla peste, quei segni potevano sembrare la prova di un’attività innaturale, come se il defunto avesse continuato a nutrirsi anche dopo la morte.
Dalla leggenda alla ricerca
Il ritrovamento, legato agli studi del dottor Matteo Borrini, aprì una finestra sulle paure che accompagnavano le epidemie del XVII secolo. L’analisi dello scheletro indicò che si trattava di una donna anziana; ciò che allora poteva apparire come un segno di vampirismo era, in realtà, il risultato dei processi di decomposizione. Ma in un tempo dominato dalla malattia e dall’incertezza, il confine tra spiegazione naturale e credenza soprannaturale era fragile.
Da allora, la donna del Lazzaretto Nuovo ha smesso di essere soltanto un reperto. È diventata un’ombra riemersa dalla laguna, una presenza sospesa tra storia e leggenda, ricordata come la “Vampira di Venezia”. Il mattone serrato nella sua bocca continua a parlare al posto suo: racconta il terrore della peste, la fragilità degli uomini davanti alla morte e il bisogno disperato di dare un volto al male. E anche se studi più recenti suggeriscono che quel dettaglio possa essere stato il frutto del caso, il dubbio rimane. Perché, davanti a quella bocca murata nel silenzio, la domanda più inquietante non è se la donna fosse davvero un vampiro, ma quanta paura servì agli uomini per convincersi che lo fosse.
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